Ancona a Colori, Manifesto per il pensiero e l’azione di una comunità politica

Ci siamo!
La Comunitá Politica di Ancona a Colori prosegue il cammino e costruisce le sue basi. Metodo, strumenti e valori: di seguito proponiamo al lettore il manifesto politico di Ancona a Colori. Definisce le idee in cui ci riconosciamo, realizza la fiducia che su quelle idee nasca l'impegno di tante persone, noi insieme a voi, per il futuro della città. Aspettando i prossimi passi, buona lettura!

 

Una comunità politica.

Una Comunità nasce dove le persone si incontrano, si conoscono e si riconoscono.
Una Comunità politica nasce nel momento e nel posto in cui, alle persone, si aggiunge una visione comune di ciò che le circonda, per ideare un futuro e condividerne la costruzione.
Ancona a Colori nasce, e si dichiara, sin da subito come comunità politica, un insieme di tonalità diverse di una voce unica, nel territorio e per il territorio anconetano.

Il metodo.

Canonico, ma di questi tempi forse audace, è il metodo: incontro, ascolto e sforzo alla sintesi delle pluralità, per orientare l’agenda politica della città, formare e indirizzare la sua futura classe politica.
La sfida è sovvertire lo stereotipo per il quale la politica che crede nella forza delle idee isola chi se ne vuole fare portavoce: chi ha fiducia nella propria visione del futuro non teme, anzi ricerca, il confronto!
Identità e mediazione devono camminare insieme, per sperare che l’orizzonte che abbiamo delineato (fatto di punti programmatici ben precisi e già pubblicati qui) possa dirsi sempre più vicino, sempre più in linea con l’agenda politica della nostra città.

L’approccio.

Realista è l’approccio: l’idealismo e il pragmatismo riempiono l’uno il vuoto dell’altro. Esprimere politica a livello locale è quanto di più reale: non ammette distrazioni meramente ideologiche, ma non può ridursi a fredda burocrazia.
Lavorare per la costruzione di un’altra Ancona impone di avere valori robusti e salde competenze, per proporre azioni concrete. La politica come trasformazione guarda dritto all’orizzonte, mentre prepara minuziosamente gli ultimi dettagli, prima della partenza.

Gli strumenti.

Per una sfida di tale portata e un orizzonte di così ampio periodo, molti e diversi devono essere gli strumenti:
1. Divulgazione e approfondimenti in merito ai temi che riteniamo fondamentali, tramite Ancona Rivista a Colori, nella forma cartacea e web.
2. Organizzazione e promozione di incontri pubblici di approfondimento e dibattito con la cittadinanza.
3. “Check-up” periodici dell’agenda politica cittadina, tramite incontri con figure competenti dell’amministrazione, del governo della città e con gli stakeholder di riferimento.
4. Sensibilizzazione sull’importanza dei temi della nostra agenda tramite confronti con i giornalisti e le giornaliste della stampa locale.
5. Raccolta, su base continuativa e periodica, di feedback e contributi dalla cittadinanza.

 

I valori.

I valori della nostra comunità prendono forma dalle storie personali di ciascuno di noi, che si intrecciano soprattutto con la storia recente della nostra città. Siamo una Comunità variegata e trasversale: siamo persone, lavoratori, studenti e professioniste, che provengono dall’associazionismo, dal civismo, dalle esperienze locali dei partiti del centro-sinistra - sia essa sinistra di area riformista o radicale (come oggi piace dire) -, tutti cittadini e cittadine attivi che credono nella forza delle idee.

Siamo estranei, sia per impostazione concettuale sia per appartenenza generazionale, alle annose distinzioni e agli steccati di cui è fitto lo scacchiere politico-partitico del centrosinistra italiano, e ancor meno siamo interessati ad individuare una specifica collocazione della nostra comunità in quello scenario, volendo anzi contribuire a disegnarne uno nuovo. Le etichette non ci interessano e sappiamo di dover riconoscere un buon vino in altro modo.

Tutti noi crediamo nel progresso al servizio delle persone. Tutti noi ci riconosciamo e vogliamo lavorare con quei cittadini che si sentono liberi perché partecipi: “fare parte” della città non è solo un mezzo ma anche un fine a cui tendere.

Eppure, libertà è partecipazione solo se è di tutti e non solo di pochi: è inclusione politica, economica e (quindi) sociale. Una città che sembra “funzionare”, ma esclude, è una città che non sta svolgendo la sua funzione - e quindi è una città che “non funziona”. Una città realmente efficiente è una città che coinvolge, una città che promuove la partecipazione di tutte le persone e le risorse che la vivono, e la fanno vivere.

Per questo, Ancona a Colori aspira a una città che promuova il benessere intergenerazionale, tutelando e valorizzando esigenze e volontà di persone anziane e giovani, una città che dia più ragioni per restare che ragioni per partire, che investa nell’educazione dei minori, e nel senso civico dei più grandi, nella sostenibilità (ambientale, sociale e di governance) delle proprie politiche, che si opponga e combatta le diseguaglianze di ogni genere.

Siamo contadini di una vigna della cui crescita sentiamo la responsabilità.

Quella vigna è la nostra città, che vogliamo, appunto, coinvolgente ed inclusiva, attenta alla sostenibilità e alla cura dell’ambiente, all’innovazione e al digitale, impegnata nella battaglia alle spaccature sociali, attenta alle nuove forme di impresa e di lavoro, che dia stimolo alle attività commerciali, ai luoghi di contaminazione, alla messa a sistema dei rapporti con l’università e la ricerca, agli strumenti amministrativi di partecipazione e governance decentrata.
Di quella vigna, ora, coltiviamo il terreno e potiamo gli arbusti, affinché possa produrre un vino di elevata qualità, e vogliamo farlo per tempo, prima che alle future generazioni non restino che i rovi.

 

 


Ancona Città della Salute/5: la città è sana se la salute diventa bene comune

Nelle quattro precedenti puntate del viaggio nella sanità cittadina con Claudio Maffei, abbiamo parlato nell’ordine: di Ancona che “perde” i suoi ospedali che vengono portati fuori della città, della Casa della Comunità che nascerà al vecchio Umberto I, dell'evoluzione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “di Ancona” diventata “delle Marche” e delle prospettive che riguardano l’INRCA, un’altra “istituzione ” sanitaria della città in cui si intrecciano una componente assistenziale e una di ricerca. C'è una nuova puntata, nella quale ci soffermiamo sul concetto di “città sana”.

Cosa voglia dire essere (o provare a essere) “città sana” lo troviamo in un “manifesto per l’impegno sulla salute nelle città come bene comune” la cui stesura e revisione è stata realizzata di recente grazie al contribuito di oltre 200 esperti e 36 tra Istituzioni, enti, università, società scientifiche, associazioni pubbliche e private tra cui l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Questo documento aggiorna un precedente documento del 2016, aggiornamento reso necessario dalla esperienza della pandemia. Diciamo subito che Ancona, e questo è un merito della attuale Amministrazione, fa già parte della Rete Italiana Città Sane - OMS e anzi ha organizzato lo scorso 9 e 10 giugno 2022 il XIX Meeting nazionale di questa rete dal titolo “La salute tra esperienza e innovazione: dalle buone pratiche alle nuove sfide”. Del resto Emma Capogrossi, attuale assessore alle Politiche sociali e Sanità, è il presidente della Rete italiana Città Sane.

Vediamo di capire che cosa si intende per città sana, healthy city, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della sanità). Una città sana è conscia dell’importanza della salute come bene collettivo e di conseguenza mette in atto delle politiche chiare per tutelarla e migliorarla. La salute da bene individuale diventa bene comune che come tale diventa un obiettivo dei cittadini, dei sindaci e degli amministratori locali, che devono proporsi come garanti di una sanità equa, in cui la salute della collettività è considerata più come investimento e come risorsa che come un costo.

Il Manifesto di recentissima approvazione citato prima delinea dieci punti chiave che possono guidare le città a studiare ed approfondire i determinanti della salute nei propri contesti e a fare leva su di essi per escogitare strategie per migliorare gli stili di vita e lo stato di salute dei cittadini, ovvero:

1) ogni cittadino ha diritto a una vita sana ed integrata nel proprio contesto urbano. Bisogna rendere la salute il fulcro di tutte le politiche urbane;
2) assicurare un alto livello di alfabetizzazione e di accessibilità all’informazione sanitaria per tutti i cittadini e inserire l’educazione sanitaria in tutti i programmi scolastici con particolare riferimento ai rischi per la salute nel contesto urbano;
3) incoraggiare stili di vita sani nei luoghi di lavoro, nelle comunità e nei contesti familiari;
4) promuovere una cultura alimentare e la lotta alla povertà alimentare;
5) ampliare e migliorare l’accesso alle pratiche sportive e motorie per tutti i cittadini, favorendo lo sviluppo psicofisico dei giovani e l’invecchiamento attivo;
6) sviluppare politiche locali di trasporto urbano orientate alla sostenibilità ambientale e alla creazione di una vita salutare;
7) creare iniziative locali per promuovere l’adesione dei cittadini ai programmi di prevenzione primaria, con particolare riferimento alle malattie croniche, trasmissibili e non trasmissibili;
8) intervenire per prevenire e contenere l’impatto delle malattie trasmissibili infettive e diffusive, promuovendo e incentivando i piani di vaccinazione, le profilassi e la capacità di reazione delle istituzioni coinvolte con la collaborazione dei cittadini;
9) considerare la salute delle fasce più deboli e a rischio quale priorità per l’inclusione sociale nel contesto urbano;
10) studiare e monitorare a livello urbano i determinanti della salute dei cittadini attraverso una forte alleanza tra Comuni, Università, Aziende Sanitarie, centri di ricerca, industria e professionisti.

Ancona, come già detto, è impegnata attivamente in una politica cittadina in questa direzione. Nelle pagine del sito del Comune dedicate alla Rete Città Sane si trovano tutte le iniziative promosse in tale ambito a testimonianza della vitalità di questa attenzione. C’è però ovviamente ancora molto da fare. Faccio qualche esempio (tre) che potrebbero aiutare questo percorso di ulteriore miglioramento. Il primo esempio riguarda il tema della comunicazione, mentre gli altri due riguardano specifici temi di salute.

Il primo punto sulla comunicazione parte dal tema dell’inquinamento dell’aria. Questo è diventato centrale nel dibattito anche politico nella città. I livelli di alcuni inquinanti è più alto in Ancona non di quelli previsti dalla norma, ma di quelli previsti come “sicuri” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con un conseguente importante impatto in termini di “decessi anticipati” in persone con malattia cronica. Di fronte a questa problematica il Comune si è posto in maniera difensiva senza, per quello che mi consta, fare due iniziative di tipo comunicativo che potevano farlo uscire dall’angolo in cui lo hanno messo i dati e le “accuse” motivate che vengono da gruppi attenti alle problematiche ambientali e da singoli cittadini esperti. La prima è comunicare con i cittadini in modo da far emergere che gli studi alla base della stima di questi rischi il Comune li ha economicamente sostenuti, li ha resi disponibili nel sito “Ancona respira” dedicato al Progetto Inquinamento Ambientale e intende utilizzarli nelle proprie scelte di governo. La seconda riguarda la comunicazione istituzionale. Sembra che la vicenda dell’inquinamento atmosferico di Ancona sia una questione del tipo “il Sindaco e la sua amministrazione contro tutti”, quando è evidente che la complessità del tema richiede il coinvolgimento degli altri Enti istituzionalmente competenti e soprattutto dotati di quelle risorse professionali necessarie ad analizzare una criticità di tipo ambientale nei suoi riflessi sulla salute dei cittadini. Si tratta allora di mettere il Sindaco e l’Amministrazione in condizione di prendere i provvedimenti necessari o comunque opportuni con il supporto di quanti sono capaci di valutare e monitorare i dati ambientali, e cioè l’ARPAM (Agenzia Regionale per l’Ambiente delle Marche), e di incrociarli con l’analisi dei dati sanitari, e cioè sia l’Azienda Sanitaria Territoriale (AST) prima Azienda Sanitaria Unica Regionale che l’ARPAM che la Agenzia Sanitaria Regionale (ARS). Per cui andava (e va) subito stabilita una relazione istituzionale coi tre enti (Regione con l’ARS , AST e ARPAM) per procedere a questa valutazione integrata e alla messa a regime di un sistema di monitoraggio e di gestione continuo del problema perché uno studio una tantum non ha senso.

Quanto ai due nuovi temi di salute da affrontare in una logica da città sana, il primo è quello di rendere Ancona una comunità amica delle persone con demenza. La demenza è un enorme problema sia per le persone che ne sono affette che per le persone che le supportano. Ancona ha anche come risorsa l’INRCA che sui temi dell’invecchiamento fa ricerca e non solo assistenza. Perché non promuovere allora un progetto che la adatti ad essere una città dementia friendly, per dirla ancora una volta in inglese? Per capire cosa voglia dire questa espressione basta fare riferimento alla figura (vedi) presa dal sito Dementia Friendly Italia, una iniziativa della Federazione Alzheimer Italia. Di recente è stata fatta una mozione per impegnare in questo senso la Amministrazione Comunale e quindi ci sono tutte le premesse per partire.

Figura Cosa vuol dire far diventare una città una comunità amica delle persone con demenza (fonte: Federazione Alzheimer Italia)

Il secondo tema di salute parte da una annotazione su cosa non è una città sana: non è una città che in occasioni straordinarie offre esami e visite gratuite ai cittadini. Questa è al massimo beneficienza istituzionale e le istituzioni non fanno beneficienza una tantum, ma danno una risposta tutti i giorni. E in questo senso sarebbe straordinario se il Comune coordinasse una iniziativa per mettere in rete e potenziare gli ambulatori solidali, quelli che assistono gratuitamente i cittadini in difficoltà.

Insomma, per rendere Ancona una città sana c’è ancora tanto da fare.

 

 

 

 


Ancona Città della Salute/4: Nuovo INRCA, cantiere aperto non solo in senso edilizio

Il reportage di Claudio Maffei sul mondo della sanità anconetana giunge alla quarta e ultima puntata. Nelle tre precedenti, abbiamo parlato nell’ordine di Ancona che “perde” i suoi ospedali che vengono portati fuori della città, della Casa della Comunità che nascerà al vecchio Umberto I e della evoluzione dell’Azienda Ospedaliero-Unversitaria “di Ancona” diventata “delle Marche”. Questa volta tocca all’INRCA, una “istituzione ” dalle molte particolarità che probabilmente sono note solo a una piccola parte dei cittadini e a una parte appena più consistente degli amministratori. Ricostruiamole.

L’INRCA è innanzitutto un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS, qua gli acronimi abbondano) il che vuol dire che svolge per compito istituzionale una attività di ricerca oltre che assistenziale e che ha, oltre agli altri Direttori soliti (Generale, Sanitario e Amministrativo) anche un Direttore Scientifico e un Consiglio di Indirizzo e Verifica. In quanto IRCCS, l’INRCA risponde sia alla Regione Marche (di gran lunga il suo principale finanziatore) che al Ministero della Salute ed è anche l’unico IRCCS in Italia ad occuparsi di anziani.

L’INRCA si caratterizza poi per altri aspetti. Ha una dimensione multiregionale, avendo sedi ospedaliere (piccole) con attività di area geriatrico-riabilitativa a Casatenovo in Lombardia (provincia di Lecco) e in Calabria a Cosenza. Ha inoltre più sedi di attività nelle Marche perché, oltre ad Ancona di cui parleremo dopo, ha un presidio ospedaliero di piccole dimensioni per acuti e dotato di Pronto Soccorso a Osimo, confluito dall’ASUR all’INRCA il primo gennaio 2018, uno a Fermo di area geriatrico-riabilitativa, mentre a Treia in Provincia di Macerata ha una piccola attività residenziale dentro l’Ospedale di Comunità dell’Azienda Sanitaria Territoriale di Macerata. Quest’ultima attività è stata collocata a Treia in attesa, ormai da molti anni, della ricostruzione della vecchia struttura residenziale INRCA di Appignano (sempre in provincia di Macerata). A un certo punto alla fine degli anni ’70 della rete degli Ospedali INRCA, nata come vedremo ad Ancona, facevano parte, oltre a quelli già nominati, anche gli Ospedali Geriatrici poi chiusi o trasferiti alle Regioni di competenza di Firenze (dove ce n’erano due), Cagliari e Roma mentre se ne dovevano costruire altri, cosa però mai avvenuta, anche a Torino e Genova.

Ma adesso parliamo dell’INRCA di Ancona, la cui appassionante storia viene ricostruita in un bellissimo libro del Professor Enrico Paciaroni pubblicato nel 2005 da “il lavoro editoriale” (L’INRCA: dall’Ospizio dei poveri e di mendicità alla ricerca geriatrica d’eccellenza). Qui la storia dell’INRCA viene fatta partire dalla costituzione nel 1844 ad Ancona dell’Ospizio dei Poveri e di mendicità, collocato presso alcuni locali nel complesso di San Francesco alle Scale. Da qui nel 1927 l’Ospizio venne trasferito alle Grazie dove oggi c’è l’Ospedale INRCA della Montagnola. All’inizio degli anni ’60 la storia dell’INRCA prende velocità grazie all’intraprendenza di un anconetano, Aurelio Paolinelli, Segretario dell’Ente, che avviò e guidò un percorso che portò l’INRCA nel giro di qualche anno ad aprire tutte le sedi ricordate in precedenza. Ad Ancona, oltre all’Ospedale della Montagnola intitolato al benefattore Cav. Ulderico Sestilli, l’INRCA ha la sede degli uffici amministrativi e dell’attività di ricerca economico-sociale nella splendida Villa Gusso al Passetto, dove opera anche un Centro Diurno Alzheimer (Centro Disturbi Cognitivi e Demenze, per la precisione), mentre alcuni Laboratori di Ricerca si trovano in un edificio in via Birarelli nel quartiere San Pietro pieno Centro Storico. Quest’ultimo edificio si trova dove una volta c’era l’Ospedale per i poveri indigenti annesso alla Chiesa di Sant’Anna dei Greci. Nel 1944 parte dell’edificio che ospitava questo Ospedale (già al tempo chiuso da oltre un secolo e mezzo) e la Chiesa furono distrutti da un bombardamento.

Murale sulla solidarietà intergenerazionale all’ingresso dell’Ospedale Geriatrico U. Sestilli
di Ancona

L’attuale Ospedale della Montagnola nacque a seguito dell’abbandono dell’Ospedale INRCA di Posatora danneggiato dalla frana del 1982, frana che causò a Posatora anche l’abbandono del vicino Ospedale Oncologico e di una struttura residenziale per anziani dell’INRCA , il Tambroni, poi ricostruito nell’area retrostante il vecchio Manicomio, area oggi sede degli uffici e degli ambulatori dell’Azienda Sanitaria. Purtroppo questa struttura subito dopo essere stata inaugurata nel 2005 non ha mai iniziato la sua attività per delle gravi carenze strutturali. Ad Ancona l’INRCA svolge anche una attività di “cure intermedie” (e cioè anch’essa di tipo residenziale) presso la struttura Residenza Dorica del gruppo privato Santo Stefano verso Ancona sud oltre al Centro Diurno Alzheimer presso Villa Gusso.

Ma quali sono le opportunità e le problematiche che la presenza dell’INRCA offre ad Ancona?
Partiamo dalla ricerca e dalla progettualità di tipo economico-sociale in cui l’INRCA ha grande esperienza e competenza. Ancora l'integrazione tra Comune di Ancona e INRCA non riesce ad essere sistematica su questi temi. È stato attivo fino all’esplosione della pandemia un Tavolo di lavoro del Comune di Ancona sugli Anziani, Tavolo che aveva prodotto già alcune proposte e di cui l’INRCA era stato protagonista attivo. Se si va però nel sito del Comune nella pagina dedicata agli Anziani nell’ambito delle attività del Servizio Politiche Sociali non compaiono progettualità che coinvolgono esplicitamente l’INRCA e anche nella presentazione dei progetti finanziati dal PNRR l’INRCA non viene citato. Va inoltre citata un'esperienza positiva che dura da alcuni anni di percorso integrato con il Comune per la dimissione protetta dei pazienti dall’Ospedale della Montagnola.

Sul versante sanitario abbiamo nell’INRCA di Ancona una grande opportunità (e relativi rischi) e un grande assente. La grande opportunità sono nel nuovo ospedale sotto Camerano ad Ancona sud, che integrerà le attività della Montagnola più quelle dell’attuale Ospedale di Osimo. Il grande assente è il territorio, dove si gioca la tutela della salute degli anziani e dove l’INRCA fa poca assistenza e di conseguenza fa poca ricerca.

Non si può in questa sede approfondire storia passata e realtà attuale dell’Ospedale INRCA di Ancona in termini di qualità dell’assistenza e della ricerca. Voglio solo ricordare che si tratta di una storia piena di figure di prestigio e di un presente con grandi professionalità. Non faccio elenchi per non correre il rischio di dimenticare qualcuno. Da ricordare invece che all’interno della Montagnola opera la Clinica di Medicina Interna e Geriatria dell’Università Politecnica delle Marche cui afferisce la Scuola di Specializzazione in Geriatria.

Il nuovo Ospedale è previsto con una dotazione di 296 posti letto (dato ufficiale della Regione) e cioè circa 30 in più di quelli di cui dispongono i due attuali ospedali che vi confluiranno che diventano circa 50 , e cioè una ulteriore ventina di più, se si tiene conto di quelli oggi effettivamente operativi (dati ricavabili dai Bilanci dell’INRCA). Tra questi 30-50 posti letto in più ce ne sono molti ad alto assorbimento di risorse umane, quali un nuovo reparto di terapia intensiva e un’area di terapia semintensiva che oggi mancano e due posti letto in più sia per l’unità coronarica che per la stroke-unit. Di questo potenziamento dell’INRCA io, che ho 70 anni (uno per ogni posto letto in più) e che dell’INRCA sono stato mediocre Direttore Sanitario, sono felice. Lo sarei anche di più se la Regione fosse in grado di dimostrare che oltre a rendere operativi tutti questi posti letto riuscirà anche a mantenere le promesse che sta facendo in giro sul potenziamento di tutti gli altri ospedali a Macerata, Senigallia, San Benedetto del Tronto, Pergola, insomma ovunque.

Murale a Capodimonte

Anche gli anconetani dovrebbero avere qualche domanda al riguardo perché con Torrette, il nuovo Salesi e il nuovo INRCA ci sarà il rischio per Ancona di non riuscire ad avere servizi territoriali adeguati. Il personale è limitato e di conseguenza o gli ospedali non lavoreranno a pieno regime o avranno attorno un territorio povero di servizi sociosanitari che farà pressione sui Pronto Soccorso e non riusciranno ad accogliere i pazienti in dimissione. Il rischio per gli ospedali di Ancona di diventare “cattedrali nel deserto” è molto alto. Quindi i nuovi Direttori di Torrette ed INRCA comincino a ragionarci. Con l’INRCA attuale di Ancona che chiude dove andranno i pazienti geriatrici acuti che non troveranno più l’Accettazione Geriatrica d’urgenza della Montagnola? Come si distribuiranno i due ospedali di Ancona le fratture di femore e la patologia chirurgica dell’anziano? Che accordi si prenderanno per garantire che Torrette faccia l’alta complessità e divida con l’INRCA di Ancona-sud la copertura della attività ospedaliera di base per i cittadini di Ancona (e delle altre città e cittadine della stessa area)? I due ospedali si faranno concorrenza o si integreranno? E se si integreranno, come avverrà questa integrazione? E soprattutto: dove si troverà il personale e come si spiegherà al resto della Regione tanta abbondanza ospedaliera (non solo di posti letto, ma anche di tecnologie?

Sempre sul versante sanitario c’è da decidere il destino del Tambroni e dei suoi posti letto residenziali. Si tratta di una partita sospesa da riprendere e chiudere perché comunque comporta costi e perché Ancona ha bisogno di quei posti letto. Il progetto del Tambroni potrebbe comportarere anche il “rientro” dei posti letto di cure intermedie che l’INRCA gestisce in spazi affittati dal Santo Stefano. Anche il Centro Diurno di Villa Gusso merita un’altra più idonea collocazione.

E infine c’è la questione degli immobili. Che fare della struttura in via Birarelli? Certamente le attività di ricerca di laboratorio che vi vengono svolte dovrebbero trovare spazio nel nuovo Ospedale, dove però non ci sono spazi per la Direzione e per gli uffici amministrativi attualmente in via Gusso. Sembra ragionevole un recupero nel tempo alla città anche di questo edificio di grande prestigio e storia.

Insomma, l’INRCA è un grande cantiere aperto e non solo in senso edilizio. C’è bisogno di un progetto INRCA di città (e di Regione, ovviamente) che dia una risposta alle questioni aperte e uno sviluppo alle potenzialità che l’Istituto può offrire alla città che l’ha fatto nascere. Un aiuto lo può, anzi lo deve, dare anche il Comitato di Partecipazione dell’INRCA, che comprende rappresentanti delle Associazioni dei cittadini ed è molto attivo e propositivo. Per concludere: buon lavoro al nuovo Direttore Generale, dottoressa Maria Capalbo, collega che conosco e apprezzo.

 

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Nella foto di copertina: Persone “di una certa età” in Piazza Roma (Foto di Enzo Gerini)


Ancona Città della Salute/3: L'ospedale di Ancona diventa l'Ospedale delle Marche

Il terzo capitolo parte del viaggio nel mondo della sanità anconetana ci porta a Torrette, dove gli Ospedali Riuniti si sono trasformati in "Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche" diventando il primo e più importante ospedale della Regione. Da questa scelta scaturiscono innegabili vantaggi, ma anche alcuni rischi che Claudio Maffei, medico a riposo, ex docente universitario e dirigente della sanità pubblica, analizza per i lettori di A.

Il tema del “grande” ospedale di Ancona (quello che prima era l’Umberto I e oggi è “Torrette” presso il quale speriamo tra poco troverà spazio anche il nuovo Salesi) è essenziale per la nostra città. Da sempre Ancona ha avuto una vocazione ospedaliera, di cui abbiamo già avuto modo di parlare nel primo degli articoli di questa serie. Una vocazione che l’ha portata ad avere nelle Marche, prima l’unico Ospedale Regionale (quando ancora esisteva questa dizione), e poi ad essere sede della prima e unica Facoltà di Medicina.

Si può tranquillamente - credo - affermare che uno dei “primati” che tutta la Regione “civile” riconosce alla nostra città è proprio a livello di assistenza ospedaliera. Ma anche la Regione “politica” lo riconosce visto che, pur non avendo mai espresso negli ultimi trent’anni un Assessore alla Sanità, Ancona continua ad avere l’unico ospedale di II livello della Regione e quindi l’unico dotato di alte specialità, come ad esempio la cardiochirurgia, la chirurgia toracica, la chirurgia dei trapianti e il Centro Trauma Gravi. Caratteristiche che fanno essere il “nostro” ospedale anche l’unico della Regione con un Dipartimento di Emergenza e Accettazione di II livello con un servizio di elisoccorso e centro di riferimento di reti cliniche importantissime come quella neonatologica.

Per parlare del “nostro” ospedale vorrei usare come spunto di partenza la scelta di trasformare questa estate il nome della Azienda Ospedaliero-Universitaria “Ospedali Riuniti di Ancona Umberto I - G.M. Lancisi - G. Salesi” in “Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche”.
Il cambio di denominazione è stato deciso dalla Direzione dell’Azienda d’intesa con l’Università Politecnica (a sua volta e non a caso “delle Marche”) all’indomani dell'approvazione da parte della Regione della (a mio parere sciagurata, ma questo è un altro discorso) Legge di Riforma della Sanità delle Marche che ha previsto la soppressione dell’altra Azienda Ospedaliera, quella di Marche Nord, che comprendeva i due ospedali di Pesaro e Fano. Essendo quella di Ancona rimasta la sola Azienda Ospedaliera della Regione, si è ritenuto opportuno rendere evidente anche nella sua denominazione questa unicità facendo così perdere il riferimento nel nome sia alla città che ai suoi tre ospedali storici (il Regionale Umberto I, il Cardiologico Lancisi e l’Ospedaletto Salesi). Si tratta di un caso quasi unico in Italia di Ospedale senza la città nel nome. Le intenzioni alla base del cambio di denominazione sono di per sé buone: rilanciare il ruolo unico e centrale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria nella Regione.

Secondo me, taglio delle radici a parte (che pure conta), ci sono però alcuni possibili equivoci e altrettanti rischi in questa scelta di cambiare nome. Una scelta importante, come sapevano i Romani secondo cui “nomen omen”: il destino nel nome. Il primo equivoco riguarda il fatto che con il Salesi che va a Torrette (nome troppo locale per chiamare l’Ospedale delle Marche, ma noi continueremo a usarlo) e con l’INRCA che andrà sotto Camerano per gli anconetani quella di Torrette rimarrà l’unica struttura ospedaliera in città. Quella, ad esempio, con il Pronto Soccorso più vicino e più “robusto”, quella con l’offerta ambulatoriale più significativa e quella cui la maggioranza degli anconetani si rivolge per i problemi chirurgici più comuni oltre che per quelli più complessi. L’enfasi sulle sole attività di secondo e terzo livello che caratterizzano il ruolo “marchigiano” (e nazionale) dell’ospedale rischia di far perdere di vista l’importanza delle prestazioni di primo livello della parte dell’ospedale che dovrebbe servire gli anconetani, che infatti a Torrette trovano difficoltà di risposta ad esempio per la patologia chirurgica “minore” che minore non è per chi ne soffre (varici, cataratta ed ernie sono le prime che mi vengono in mente). Il primo rischio della nuova denominazione e della filosofia che la sostiene è dunque che per essere abbastanza “marchigiano” Torrette non ce la faccia più a essere abbastanza anconetano, quando gli anconetani continuano invece ad averne un gran bisogno.

Un secondo rischio è che la nuova denominazione enfatizzi il già pesante ruolo del governo regionale sulle scelte che riguardano il “nostro” ospedale e renda sempre più lontana e passiva la politica locale rispetto a queste scelte. Se l’Ospedale è delle Marche sarà naturale che sia la sola Regione Marche a deciderne i destini. Questa delega non la lascerei tutta in bianco. Il balletto di questi giorni sulla nomina del nuovo Direttore Generale del “nostro” Ospedale costituisce un esempio efficace (mentre scrivo il balletto non è ancora finito).

Terzo rischio: l'esibizione dell'unicità dell’Ospedale di Ancona come sede dell’unica Azienda Ospedaliera delle Marche può ostacolare la sua integrazione con il resto dei servizi. Per svolgere bene il suo ruolo regionale (e nazionale) l’Ospedale di Ancona ha bisogno di fare rete sia con i servizi territoriali locali che con tutta la rete ospedaliera della Regione, a partire dagli ospedali più vicini. Fare rete vuol dire avere obiettivi comuni e una operatività integrata senza competizione. Quindi più il profilo comunicativo dell’Ospedale sarà sobrio e la sua operatività sarà al servizio del sistema sanitario regionale e più la sua centralità verrà riconosciuta. Ricordiamoci che ancora Ancona e il resto della Regione non si amano molto.

Con lo stesso atteggiamento di sobrietà va vissuto il riconoscimento dato di recente all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ancona, cioè delle Marche, come miglior ospedale pubblico d’Italia. Questo riconoscimento è frutto di una elaborazione dei dati di attività 2021 fatta da una Agenzia del Ministero della Salute. Questa elaborazione notoriamente non è in grado di fare “vere” classifiche perchè utilizza un sistema di indicatori che non copre molti aspetti della qualità dell’assistenza. Si tratta comunque di un ottimo segnale da vivere con la consapevolezza che i miglioramenti da apportare sono tanti e che chi lavora a Torrette o ci va per ricevere assistenza lo sa. Meglio evitare commenti trionfalistici che rischiano di farsi dire “cala giù da qul pajaro!”. Che è la versione anconetana di un invito all’understatement, insomma alla modestia.

Per concludere il ruolo dell’Ospedale di Ancona nella Regione dovrà essere sempre più (facciamo i moderni) “glocal” e quindi capace di concentrarsi contemporaneamente sulla dimensione locale e su quella globale regionale e nazionale. Colgo l’occasione per buttare lì un'idea: perché non trasformare Villa Maria in una sorta di Museo/Centro Studi sugli Ospedali di Ancona? Una storia che merita di essere studiata, conosciuta e meditata.

PS L’occasione è buona anche per fare gli auguri al Prof. Luigi Miti, storico primario della Medicina Generale dell’Umberto I, che il 30 dicembre ha compiuto 108 anni. Un monumento vivente, ancora lucido come sempre nella sua vita.

 

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Nella foto di copertina: L'Ospedale di Torrette


Ancona, città di perle inattese e tesori dormienti, ha bisogno di interventi di qualità

Affascinante quanto complessa, Ancona vive in precario equilibrio tra il “troppo bello” dei suoi monumenti e il “veramente brutto” di alcune “incomprensibili sovrastrutture”. La sfida: sfruttare i suoi contenitori spettacolari per valorizzare il potenziale culturale delle Marche. La penna acuta di Pippo Ciorra traccia la rotta di una città che vuole finalmente recitare un ruolo da capoluogo.

Abitare ad Ancona è un privilegio che bisogna meritarsi. Lo è per l’incredibile ricchezza morfologica della città, un coacervo irripetibile di colline, valli, scogliere, falesie, rive, banchine, ramblas, fortificazioni, monumenti che hanno richiesto anni e anni di silenziosa osservazione prima che mi sentissi in grado di ricostruirne un’immagine mentale tridimensionale, e forse anche una planimetrica. L’emblema percettivo della città per me era quello strano corso principale che va da mare a mare (e da secolo a secolo), lasciando interdetto il visitatore inesperto, e confondendo continuamente l’idea di dove si trovino il nord, il sud, eccetera. Ancona è un privilegio anche per la presenza di un grande porto e del disagio inevitabile che implica per la città (uno status che vale per tutte le città portuali). Si tratta però di un disagio che ha un’altra faccia straordinariamente positiva e stimolante. Non solo per le sue implicazioni economiche, certo non secondarie, ma perché costringe quotidianamente la città a fare i conti coi flussi di persone, la diversità di lingue, nazionalità, etnie, motivazioni, ambizioni. Un cuore dinamico e scontroso, insomma, che batte forte al centro del tessuto urbano, irradiando allo stesso tempo fascino, energia e problemi.

Il porto è quindi la sintesi perfetta della città, legato al mare, ostile e impenetrabile all’entroterra, stressato tra il troppo bello dei suoi monumenti e il troppo brutto di alcune sue sovrastrutture, pubblico e segregato allo stesso tempo, estroverso e pieno di (spazi) segreti. È forse il carattere che più distingue Ancona: un paesaggio dalla morfologia estrema e affascinante dove è quasi impossibile trovare un registro intermedio, uno spazio neutro che colmi la distanza vertiginosa tra i suoi pregi e i suoi difetti (urbanistici e architettonici). La città insomma conosce solo due registri: il bellissimo e il veramente brutto, con la conseguenza che chi la percorre è sottoposto a uno stress estetico continuo, che si può assorbire solo lentamente, con l’aiuto della conoscenza delle sue vicende, con la consapevolezza della sua geografia, con l’abitudine, con la capacità che si sviluppa di affezionarsi ai luoghi a prescindere dal loro aderire a un canone estetico tradizionale. Per molto tempo una delle mie “architetture anconetane” preferite era un benzinaio all’uscita sud della galleria Risorgimento, una macchia gialla che tagliava diagonalmente una collina e ricordava (alla lontana) certi edifici di Zaha Hadid. Convincemmo un fotografo importante (Olivo Barbieri) a farne un ritratto, che ovviamente conservo con amore. Poi il benzinaio ha cambiato gestore, il giallo è diventato un colore più anonimo, in vista è rimasta solo la piccola violenza alla pendice di una collina e addio effetto Hadid.

Quali sono i problemi più urgenti di Ancona (almeno nel campo della cultura urbana) e quali sono le azioni che si potrebbero mettere in campo per risolverli? Immagino che ci sia questo nella testa di chi mi ha chiesto questo testo. Non è una domanda difficile a cui dare risposta; quelle difficili, data la forma, la storia e la struttura della città, sono le risposte operative da proporre per ognuno dei problemi. Ancona ha certamente un problema di viabilità, legato appunto alla sua morfologia e al fatto che il porto è nel cuore della città. Ma è una questione che lasciamo volentieri agli esperti e agli urbanisti, davvero bravi, della città. Di certo, se si crede allo sviluppo ulteriore del porto, prima o poi un modo efficiente per collegarlo alle grandi infrastrutture andrà trovato. Per il resto, più che problemi Ancona ha molte opportunità ancora da cogliere, e forse su queste dovremmo puntare l’attenzione.

La prima, o per lo meno quella della quale per me è più facile parlare, è il rapporto tra cultura e città. Come tutte le città italiane Ancona abbonda di contenitori spettacolari. La Mole, la Polveriera, il Teatro delle Muse, il Palazzo degli Anziani, la Cittadella e via dicendo, distribuiti ai quattro angoli della città. Di queste il teatro è ovviamente quello con l’identità più consolidata, naturalmente legata a una vocazione comune a tutto il territorio regionale, oggetto di un intervento architettonico di qualità alla fine del secolo scorso e tuttora legato a un tessuto che continua a produrre eccellenze. L’urgenza per le Muse non implica invenzioni o cambi di rotta radicali, dipende solo dalla programmazione e dalla capacità di assicurare al teatro un buon management e budget adeguati. Diverso il discorso per gli altri contenitori ad alto tasso di heritage, soprattutto la Mole Vanvitelliana, isola sublime e accerchiata dall’aggressività portuale. La Mole per me rappresenta il termometro della potenzialità culturale della città. Finora lo sforzo -giusto- è stato di recuperarla e destinarla ad attività culturali (e formative). Ospita grandi mostre itineranti, alcuni festival interessanti, molti eventi. Forse il passo successivo potrebbe essere quello di rompere l’accerchiamento portuale estendendo l’aura della Mole oltre i confini della città, nella regione e nella città costiera adriatica transregionale.

Osservando le Marche ci si rende conto che esiste una produzione culturale e artistica polverizzata e instancabile, spesso di qualità alta o altissima, legata a questo o quel dispositivo locale (un’accademia, un gruppo di artisti, una facoltà, una galleria d’arte, una genealogia specifica). Una produzione che però va in parte dispersa o lascia poche tracce perché mancano punti di riferimento di scala maggiore, nazionale o internazionale, hub in grado di coagulare l’energia diffusa (con ovvie e ben note eccezioni relative per esempio ai festival musicali). Con gli studenti molte volte abbiamo vagheggiato in modo molto accademico di un museo dell’arte contemporanea regionale al Lazzaretto, o comunque al porto, imperniato sul lavoro dei maestri che hanno segnato questa regione, Licini, De Dominicis, Giacomelli, Cucchi, Pomodoro, tanto per cominciare. Forse è un’idea ingenua, difficile da attuare in una regione così plurale e così piena di autonomie da proteggere, ma è certo che se la città vuole mostrarsi capace di scavalcare le colline che la circondano e costruire un legame “da capoluogo” col suo territorio, allora forse è proprio sulla cultura che può e deve puntare, facendo del Lazzaretto -o di un altro dei suoi monumenti- il centro di una rete a cui non manca certo l’energia. La città insomma, oltre ad attirare e ospitare cultura, può essere più consapevole della sua capacità di produrla, e di farne un medium delle sue relazioni col mondo. La città peraltro ha esattamente la dimensione ideale da “sede di festival” importante, con una popolazione a metà tra Mantova e Modena, alcune sedi eccellenti, una corona di Comuni e località turistiche che costituiscono un bacino di utenza molto interessante.

Ancona ha una forte tradizione di (buona) urbanistica. La qualità dell’architettura e degli spazi urbani anconetani soffre invece di evidenti alti e bassi. Dagli splendori di alcuni edifici e piazze storiche si scivola verso un tono molto più variabile negli interventi moderni e contemporanei. Non mancano perle inattese (e non sempre riconosciute), come il mercato del pesce di Gaetano Minnucci o la lunga stecca inclinata di Sergio Lenci nelle aree della ricostruzione post-terremoto (che credo più amata da chi ci vive rispetto a chi la guarda), qualche cameo interessante nei quartieri esterni, e ovviamente siamo tutti pieni di gratitudine postuma per Danilo Guerri e Paola Salmoni per il restauro delle Muse. Ma non si può negare che l’impressione generale sia quella di una città in cui gli sforzi degli architetti sono un po’ oscurati da un continuum edilizio in media non particolarmente “bello”. Dipenderà forse dal fatto che mancano in città le tracce architettoniche tipiche del periodo tra le due guerre che troviamo in molti altri centri urbani importanti. Manca insomma l’eredità architettonica degli anni ’20 e ’30, e lo slancio di modernità degli anni ’50 è costretto a crescere su una tabula rasa e a basarsi su casi eccellenti e sporadici, senza affermarsi a sufficienza nel tessuto urbano. Tutto questo per dire che la città ha bisogno di interventi di qualità. Il porto, i molti edifici in attesa di progetto, i vecchi contenitori da restaurare o riciclare -viene in mente il Mercato delle Erbe- sono occasioni straordinarie, che la città dovrà cercare di cogliere per dare il senso di una consapevolezza del proprio ruolo e della fiducia nel futuro che devono competerle.

Ho omesso di scrivere di un altro sublime intreccio di cultura e spazio che segna lo splendore e il menu di problemi della città, vale a dire tutta l’area “in quota”, col Cardeto, i Fari, la zona archeologica e via dicendo. È una specie di tesoro dormiente e segreto della città, un parco storico di dimensioni monumentali di potenzialità smisurata. “Una fatica arrivarci” direbbe qualcuno, e ancora più difficile comunicarne al mondo (turisti, villeggianti, non-anconetani) l’esistenza e l’unicità. Forse è questa l’occasione per fare della “mobilità creativa” e provare ad applicare metodi di accessibilità non ortodossi: tapis-roulant, mini-funivie, navette elettriche, funicolari, ascensori che leghino la quota della città a quella del Cardeto e facciano del parco stesso uno dei contenitori possibili per una strategia oculata di eventi. Ancona insomma è bella e complessa, ma proprio nelle pieghe della sua complessità si possono trovare spazi e suggerimenti per risolvere alcuni problemi e per aprire nuovi scenari.

 

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Foto di copertina: splendida veduta della Mole Vanvitelliana di Francesca Bianchelli


Ancona città della Salute / 2: Ospedale di Comunità all’Umberto I, costruite le mura, aspettiamo i contenuti

La seconda parte del viaggio nel mondo della sanità cittadina è incentrata sul vecchio Umberto I, inaugurato nel 1911 e chiuso nel 2003. Qui sorgerà uno dei due ospedali di comunità di Ancona. Ma che cosa prevede il progetto? E che cosa serve per far sì che tali strutture siano efficaci e virtuose? Ce ne parla Claudio Maffei, medico a riposo, ex docente universitario e dirigente della sanità pubblica

Il 20 novembre 1911 si inaugurava il vecchio Ospedale Umberto I di Ancona che nel 2003 chiuderà. Tra qualche tempo (mesi probabilmente, anni speriamo proprio di no) riaprirà con attività completamente diverse, che con l’ospedale non c’entrano e che anzi dovrebbero fortemente ridurre la necessità dei cittadini di Ancona di ricorrere ai suoi ospedali, nel frattempo trasferitisi quasi del tutto a Torrette (sia il vecchio Umberto I che il cardiologico Lancisi, mentre a breve -anche qui speriamo presto - seguirà il trasferimento dell’Ospedaletto dei Bambini Salesi). Nella prima parte del mio intervento ho descritto le motivazioni da riduzione nel numero degli Ospedali di Ancona e del loro spostamento del centro. In questo secondo articolo descriverò invece una parte importante del progetto di trasformazione del vecchio Umberto I.

La posa della prima pietra dell’Umberto I il 24 giugno 1906 alla presenza dei sovrani d’Italia (foto d’epoca)

 

Vediamo innanzitutto cosa prevede il progetto. Dai giornali locali apprendo che alla sanità saranno dedicati i due padiglioni all’ingresso dell’ex Umberto I. Uno ospiterà una Casa della Comunità, dove saranno tra l’altro trasferiti tutti i servizi presenti ora al Poliambulatorio del Viale della Vittoria, e uno ospiterà delle attività residenziali per gli anziani e un hospice. In questo articolo non entrerò nel dettaglio del progetto, che peraltro non conosco, e non farò polemiche sui ritardi vincendo la tentazione di confrontarli con quelli della realizzazione del primo vero Umberto I (credo sei anni, ma non lo voglio ricordare!). Parlerò invece della filosofia che ha ispirato la parte più interessante del progetto, quella che prevede la creazione di una Casa della Comunità, riservando a future occasioni la presentazione delle indicazioni progettuali di dettaglio, magari con il coinvolgimento delle due istituzioni interessate (Azienda Sanitaria Unica Regionale e Comune).

Partiamo da una banale premessa sotto forma di domanda: come facciamo oggi a rispondere ai problemi di salute dei cittadini con meno ospedali e meno posti letto? Nel caso di Ancona, come si fa a farsi bastare un solo ospedale, oltretutto non in centro? E’ evidente che perché la salute degli anconetani non ne risenta occorre che i servizi territoriali cambino e facciano cose che prima non facevano o non facevano abbastanza. Se impostiamo la questione così proviamo a vedere come il nuovo Umberto I, Casa della Comunità e non più ospedale, aiuterà a funzionare bene e a essere sufficiente il nuovo Ospedale Umberto I (con dentro ovviamente anche il Salesi e il Lancisi).

Vediamo da vicino cosa è una Casa della Comunità. Per dare un senso a tale struttura e alle sue funzioni ci conviene partire da un dato: il principale problema di salute che andrebbe gestito in modo diverso in Italia e nelle Marche per ridurre il carico di lavoro degli ospedali è quello delle malattie croniche. Si tratta di una serie di malattie che non possono guarire, ma possono essere prevenute e/o rallentate. Stiamo parlando delle malattie del cuore (come lo scompenso cardiaco), delle malattie croniche dell’apparato respiratorio, del diabete, dell’ictus, della ipertensione arteriosa, ecc. Sono malattie e condizioni che spesso sono presenti nella stessa persona contemporaneamente e che sono la principale causa di invalidità e di morte. Per queste malattie e condizioni si dovrebbe passare da un modello di risposta tradizionale in cui la persona se si aggrava si rivolge al suo medico di medicina generale e questo si rivolge nei casi più rilevanti allo specialista, ad un modello proattivo di solito identificato con il termine di sanità di iniziativa. In questo modello le persone con una condizione cronica vengono educate a gestire al meglio la propria condizione con l’aiuto dei familiari e quando la loro condizione si aggrava hanno a disposizione una equipe che se ne fa carico senza che lui o lei se ne debba più preoccupare. Si usa in questi casi il termine di “presa in carico” da parte dei servizi. Perché questa avvenga occorre superare la organizzazione tradizionale della medicina generale e della pediatria del territorio (la cosiddetta pediatria di libera scelta) in cui i medici tendono a lavorare ciascuno nel proprio ambulatorio di solito con poco personale di supporto amministrativo, per lo più amministrativo, e arrivare ad una organizzazione in cui i medici e i pediatri “di famiglia” lavorano in equipe assieme a infermieri (tra cui quelli corrispondenti alla figura nuova dell’infermiere di famiglia e di comunità), medici specialisti, psicologi, ostetrici, assistenti sociali e altri professionisti delle aree della prevenzione, della riabilitazione e tecnica. La struttura che ospita questa organizzazione deve offrire i suoi servizi nelle 12 ore diurne e con la Guardia Medica coprire le 24 ore. Ecco, abbiamo appena descritto la Casa della Comunità.

Questa delle Case della Comunità è una quasi novità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che ne ha finanziate dal punto di vista edilizio 29 nelle Marche, di cui due ad Ancona, uno all’ex Umberto I e una all’ex CRASS. Le caratteristiche organizzative e funzionali di queste strutture sono state definite da un Decreto Ministeriale di recente approvazione. Il Decreto prevede in aggiunta a quanto già detto che le Case della Comunità siano sede di una forte integrazione tra i servizi sanitari e sociali, offrano assistenza domiciliare, ospitino le attività consultoriali, si rapportino con i servizi del Dipartimento di Salute Mentale, svolgano attività di prevenzione delle malattie (come gli screening dei tumori) e di promozione della salute e infine siano aperte ai cittadini e quindi anche al volontariato, alle associazioni dei cittadini e dei pazienti e ai cosiddetti caregiver, e cioè i familiari che partecipano attivamente al processo di assistenza ai loro cari.

Il pensiero di chi ha vissuto almeno da bambino la sanità di 50 anni fa, quella di prima della riforma del 1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (la Legge 833), corre a questo ai vecchi Poliambulatori dell’INAM, quello ad esempio in via Maratta vicino alla Chiesa del Sacro Cuore dove accompagnavo mia madre. No, la Casa della Comunità è un’altra cosa. E soprattutto non è solo una nuova struttura edilizia che dà una veste migliore e più funzionale ai servizi territoriali così come oggi li conosciamo, ma è molto di più e soprattutto è un modo diverso di occuparsi della salute dei cittadini. Pensiamo solo alla attività dei Medici di Medicina Generale, non più frammentata in tanti ambulatori individuali, ma trasformata in una attività integrata all’interno di una equipe multidisciplinare e multiprofessionale. Una vera rivoluzione che però va costruita, perché non basteranno dei muri nuovi a renderla possibile.

Perché le Case della Salute facciano quello che ci si aspetta da loro occorre che i servizi territoriali che vi dovranno confluire abbiano da una parte più risorse umane (se mancano quelle la nuova struttura rimarrà in parte vuota) e dall’altra sappiano costruire un modo nuovo di lavorare. Con mura nuove e teste vecchie, le Case della Comunità non andranno lontano. E quindi non cominceranno a funzionare quando l’ultimo muratore sarà uscito, bensì quando all’interno si comincerà a lavorare in equipe per garantire assistenza proattiva alle persone, lungo i loro percorsi assistenziali.

Finora ci si è occupati (politica compresa) soprattutto delle mura. Adesso è arrivato il momento di riempirla di risorse e cultura nuove. Ed è su questo che il dibattito pubblico e politico dovrebbe svilupparsi per non trovarsi, a lavori finiti, a dire: “beh, tutto qui?”

 

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Nella foto di copertina: L’ingresso dell’Ospedale Umberto I, anni 1925-1930 circa (Fondo Corsini)


Ancona città della salute/1: Dalla Città degli ospedali alla Città senza ospedali

C’era una volta una città con cinque ospedali pubblici… comincia così il racconto di Claudio Maffei, una lunga esperienza di direzione sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università e la passione di chi ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.
Un lavoro in quattro puntate, che ospitiamo con grande piacere per una riflessione aperta sul tema della tutela della salute nella nostra città.
Un percorso che parte, in questa prima puntata, dalla storia della situazione sanitaria nel capoluogo per poi tracciare, nelle prossime, la visione di quella che, ai nostri occhi, dovrebbe essere “la città della salute”.

Ancona è storicamente la città degli Ospedali. Al tempo della frana (dicembre 1982) gli Ospedali pubblici di Ancona erano l’Umberto I (prima pietra 24 giugno 1906), l’Ospedaletto, ovvero il Salesi (collocato al Passetto in una struttura donata al Comitato delle Patronesse il 30 maggio 1920), il Cardiologico, ovvero il Lancisi (sorto nel 1965), il Geriatrico U. Sestilli di Posatora (inaugurato il 22 marzo 1964) e l’Oncologico Francesco Angelini sempre a Posatora. Il bellissimo (in senso strutturale ovviamente) Ospedale Psichiatrico era stato invece chiuso come ospedale nel 1978 a seguito dell’approvazione della Legge Basaglia. Qui non parliamo poi delle case di cura private, per non allungare il brodo.
La storia degli Ospedali di Ancona merita di essere ricostruita, analizzata e valorizzata, perché la situazione del 1982, con un grande Ospedale Regionale, come si chiamava allora, e quattro ospedali specializzati nella stessa città (di cui due quasi senza analoghi in Italia come il Cardiologico e il Geriatrico) è forse unica in Italia per una città di circa 100.000 abitanti.
Una storia che non può essere frutto del caso, ma che credo abbia radici profonde. Tanto è vero che quando “frugo” in rete alla ricerca delle tracce di Ancona com’era mi imbatto ogni tanto in un ospedale qui e in un ospedale là. Ce n’era ad esempio uno a San Francesco alle Scale, che credo abbia funzionato fino alla nascita dell’Umberto I. E ce n’era uno dove c’è oggi (o meglio ci sarebbe) il Museo della Città in Piazza del Papa (del Plebiscito, lo so), la cui sede è costituita da diversi ambienti, alcuni dei quali utilizzano gli spazi dell’Ospedale di S. Tommaso di Canterbury (sec. XIII,dicono). Dunque la vocazione sanitaria e ospedaliera di Ancona rimane e rimarrà importante (vedremo come) e costituisce senz’altro assieme all’Università un polo di attrazione e un volano economico e culturale importante per la città.

Veniamo adesso ai nostri tempi. A distanza di 40 anni dalla frana lo scenario degli ospedali anconetani è completamente cambiato e nei prossimi anni cambierà ancora. Con la frana sono stati chiusi l’Oncologico e il Geriatrico, il primo riassorbito all’interno delle attività dell’Umberto I, mentre il secondo si è trasferito alla Montagnola. Il Cardiologico è confluito pure a Torrette dove si è trasferito ormai da circa 20 anni tutto il vecchio Umberto I. Ma non è finita qui: anche il Salesi si trasferirà in una struttura dedicata a Torrette e l’INRCA si trasferirà nella nuova sede nella zona sud di Ancona. Risultato: in città non ci saranno più ospedali. Giusto o sbagliato? La banale risposta di un tecnico è: inevitabile. Si tratta di ragionare sui motivi e sulle conseguenze di questo cambiamento, e sui suoi effetti sulla salute e sulla vita dei cittadini.

Certo per i cittadini, o almeno per molti di loro, la nostalgia è tanta. Questo vale soprattutto per il Salesi, nelle cui strutture (prima c’era anche Villa Maria) sono nati tanti anconetani e presso il cui Pronto Soccorso e i cui reparti tanti genitori hanno visto e continuano a vedere sciogliersi le proprie ansie e risolti i problemi dei loro figli. Anche il Pronto Soccorso del vecchio Umberto I manca molto a chi vive in città. Del resto Umberto I e Salesi avevano una collocazione in un'area a densa concentrazione abitativa e erano (il Salesi continua ad esserlo) parte sostanziale del panorama urbano. Oltretutto il Salesi ha sempre goduto di una posizione geografica splendida (il suo panorama non credo abbia molti equivalenti tra gli ospedali, non solo in Italia) e l’Umberto I coi suoi viali dava a chi ci lavorava e a chi ci veniva assistito un “respiro” che certo difficilmente riesce a dare un polo ospedaliero come quello di Torrette.

Vediamo adesso i motivi della inevitabilità della riduzione del numero degli ospedali e del loro spostamento fuori città. Oggi un Ospedale ha una natura diversa, molto diversa, non solo rispetto ai tempi dell’Ospedale a San Francesco alle Scale, ma anche rispetto a 40 anni fa. Difficile sintetizzare cause ed effetti di questo cambiamento, ma ci provo. Storicamente, prima della Legge di Riforma Sanitaria del 1978 (la splendida Legge 833 che ha abolito le mutue e istituito il Servizio Sanitario Nazionale con la possibilità di garantire a tutti i cittadini un accesso a tutte le prestazioni sanitarie più importanti) gli ospedali erano cresciuti prevalentemente in base alla libera iniziativa delle diverse comunità locali, tant’è vero che di ospedali nelle Marche ce n’erano tantissimi ovunque, da Sant’Angelo in Vado a Foce: tra pubblici e privati più di 80. Nella sola provincia di Ancona dai primi anni ’80 sono stati chiusi i seguenti: Corinaldo, Ostra, Ostra Vetere, Chiaravalle, Montemarciano, Cupramontana, Filottrano, Montecarotto, Arcevia, Matelica, Sassoferrato, Castelfidardo, Loreto e Recanati. Sono 14 e alcuni di questi avevano un passato glorioso. A solo e unico titolo di esempio ricordo per vita vissuta il Punto Nascita di Recanati, con un percorso per le gravidanze fisiologiche che anticipava di molto i tempi. Anzi, non li anticipava perchè quel percorso non ha poi trovato molti altri “seguaci”.

Vediamo adesso in che modo dopo 40 anni il ruolo e il funzionamento dell’ospedale sono diventati così diversi. In primo luogo ci si ricovera molto meno perché molte prestazioni si fanno fuori dell’ospedale, dagli accertamenti diagnostici a molta attività chirurgica, come ad esempio l’intervento per cataratta. Questo dipende dalle mutate tecniche chirurgiche e anestesiologiche che consentono di effettuare molti interventi in un ambulatorio, o le dimissioni dopo pochissimi giorni per interventi che una volta ti tenevano in ospedale settimane quando non addirittura mesi. Le persone anziane, poi, si cerca quanto più possibile di assisterle a livello domiciliare o residenziale. La durata dei ricoveri è inoltre molto più breve tanto che a volte si ha l’impressione che “ti sbattano fuori”. Fatto sta che ogni anno mediamente si ricovera in ospedale solo un marchigiano su 10 per un ricovero della durata di circa una settimana (pandemia a parte, ovviamente). Si tratta di medie da interpretare, visto che gli anziani si ricoverano di più e i giovani e gli adulti di meno. Quaranta anni fa i ricoveri erano almeno il doppio e duravano pure il doppio. Insomma abbiamo molto meno bisogno di posti letto ospedalieri.
In secondo luogo, gli ospedali ospitano oggi molte più discipline e molti più servizi in modo da offrire nella stessa sede il massimo di competenze disponibili. Negli Ospedali Regionali, come era il vecchio Umberto I, alle classiche e generaliste Chirurgia Generale, Ortopedia e Urologia, si sono affiancate altre unità operative di area chirurgica come la Chirurgia Toracica, la Chirurgia Vascolare, la Chirurgia Plastica, la Chirurgia maxillo-facciale e la Neurochirurgia. Dove c’era la radiologia si sono aggiunte la Neuroradiologia e la radiologia interventistica. Ma questa logica di rendere il più possibile “completi” gli ospedali vale anche per quelli di minori dimensioni. Ciò ha portato ad esempio a concentrare a Torrette discipline che sarebbero rimaste disperse in più ospedali (Umberto I, Lancisi e Salesi).

In terzo luogo, nei moderni ospedali pubblici tutte le unità operative sono organizzate per far fronte alle urgenze e questo richiede molto più personale (medico in modo particolare) specie nel caso di una guardia attiva e cioè con personale presente nella struttura in modo da coprire tutte le ore del giorno, tutti i giorni. E quindi concentrare le urgenze in un unico ospedale rende l'organizzazione molto più efficiente.

In quarto luogo, la medicina ospedaliera si specializza sempre più e quindi le diverse discipline hanno bisogno di casistiche consistenti per far crescere la cultura e la pratica degli operatori. Questo è il motivo ad esempio per cui certe discipline sono presenti solo ad (anzi “in”) Ancona: cardiochirurgia, chirurgia toracica, ecc.

Quinto e ultimo punto: gli ospedali vecchi impediscono un’organizzazione interna degli spazi e dei percorsi ottimale. E quindi se si può meglio farne di nuovi. E se li fai nuovi, mettendoci dentro quello che prima veniva fatto in più ospedali, ecco che si spiega per problemi di viabilità e parcheggio la scelta di portarli fuori città, specie se ricevono pazienti da tutta la Regione.

Così si spoega perché quattro dei cinque ospedali pubblici di Ancona sono finiti a Torrette. Il quinto, l’INRCA, si sposterà invece verso Ancona sud integrandosi con l’Ospedale di Osimo. Ancona avrà così concentrate in una unica sede a Torrette le attività distribuite 40 anni fa tra quattro ospedali. L’Ospedale di Torrette rappresenta oggi l’unico ospedale di secondo livello della Regione, con praticamente tutte o quasi le alte specialità. Grazie a questo può mantenere la sua natura di Azienda e grazie a questo rimane la sede naturale della Facoltà di Medicina.

Tutto bene allora? Niente va mai bene del tutto. Due sono i principali problemi che questa nuova organizzazione lascia aperti: non c’è più un Pronto Soccorso in città e per raggiungere Torrette ci si deve spostare di più. Il primo problema è quello più sentito dai cittadini e porta spesso a ipotizzare la riattivazione di una qualche forma di Pronto Soccorso in città. Vogliamo parlarne? Facciamolo pure, ma rassagnatevi al fatto che un Pronto Soccorso in città non ci sarà più.
un Pronto Soccorso esiste solo se ha dietro un ospedale. Il Pronto Soccorso per sua natura ha bisogno di un’organizzazione ospedaliera con i suoi servizi (radiologia, laboratorio e blocco operatorio in primis) e con le sue competenze specialistiche (ortopedia, cardiologia, neurologia, oculistica, ecc.).
Non può esistere un Pronto Soccorso per i casi meno gravi, perchè che i casi sono più o meno gravi non puoi saperlo prima. E siccome di ospedali in città non ce ne saranno più, anche per il Pronto Soccorso bisognerà rivolgersi a Torrette.
Dove allora le lunghe ed interminabili attese sono destinate ancora ad allungarsi? E dove starebbe allora il miglioramento che la riorganizzazione degli ospedali doveva portare? Il miglioramento sta innanzitutto nella maggiore qualità complessiva del servizio che un ospedale completo come Torrette riesce a garantire a livello di attività di ricovero. Per il resto, Pronto Soccorso e attività ambulatoriali, la situazione migliorerà quando ci sarà più territorio e quindi quando saranno in funzione le Case della Comunità finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, quando funzioneranno al meglio tutti gli altri servizi territoriali, da quelli consultoriali a quelli residenziali e domiciliari. E quando riusciremo a fare in modo che i servizi territoriali raggiungano le persone più fragili, dagli anziani a chi soffre di problemi di salute mentale. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

 

Foto di copertina: L’ex Umberto I (fonte: Fondo Corsini, anni 1925-1930)


«Ho sognato la Piazza del Teatro sgombra dalle auto e centro vitale della città»

E se Piazza della Repubblica tornasse ad essere, come un tempo, centro nevralgico e crocevia del centro cittadino? Una provocazione, o forse un sogno ad occhi aperti di Andrea David, artigiano e proprietario di una storica bottega in Via Degli Orefici.

C’è una celebre performance di Gino De Dominicis in cui l’artista anconetano viene filmato mentre lancia nel fiume una serie di pietre cercando di generare nell'acqua quadrati al posto dei classici cerchi. Un’impresa impossibile, che mi torna in mente quando penso a quanto mi piacerebbe far tornare Piazza della Repubblica ai fasti dei tempi in cui si chiamava Piazza del Teatro, e rappresentava il centro nevralgico della città.

La ripavimentazione di via della Loggia e la sua pur breve pedonalizzazione hanno fatto riemergere nella mia memoria antiche stampe e vecchie foto di Piazza del Teatro. Erano piene di gente, ed era evidente che il cuore, il crocevia della città, era questa Piazza. 

Sgombro subito il campo dall’equivoco: non propongo di restituire l’antico nome di Piazza del Teatro a Piazza della Repubblica, anche se un “già Piazza del Teatro” nella targa non mi dispiacerebbe, perché avrebbe l’effetto di accendere una scintilla di fantasia in molte persone.
Piazza della Repubblica è l’unica in città da cui si vede il mare e le navi che transitano a pochi metri dal varco di accesso inequivocabilmente trasmettono l’immagine di una città portuale.
E’ da qui che decidi se andare a passeggiare verso la Lanterna Rossa, la Fontana dei Due Soli e tutto il Porto Antico, o alla Mole e al Mandracchio, passando per Via XXIX Settembre o per sottomare; o se viceversa concederti una vasca lungo Corso Garibaldi, o piuttosto risalire Corso Mazzini e da lì buttarti in Piazza del Plebiscito “già del Papa”; sempre da qui puoi scegliere di salire verso il Duomo e l’area archeologica percorrendo via della Loggia con le sue potenzialità commerciali oggi inespresse.
Piazza del Teatro dovrebbe essere per natura il punto centrale, il nucleo, il cuore da dove partono e ritornano gli impulsi vitali, e invece oggi, come ormai da decine di anni, è un brutto e mal funzionante parcheggio, in un mix di abusivo e pagamento, una piazzola per taxi con timidi tentativi di socialità, che si scorgono nella scalinata delle Muse e nei pochi tavolinetti di due bar.
Mi va di fantasticare, non voglio entrare in polemica con scelte fatte o in divenire, mi limito a riformulare un assunto nel tentativo di stimolare un’impresa impossibile ma plausibile.
Chiuderei la piazza al transito alle auto e dunque anche al parcheggio.
Immaginerei delle aree sosta in zona Archi, Molo Sud, Mandracchio e nella banchina Nazario Sauro durante le ore notturne e i giorni liberi dall’attracco navi.
Ripenserei il trasporto pubblico in questo modo: il gestore può essere municipale e privato, disponibile a sperimentare e applicare forme versatili di orario e di mezzi, chi scende in “città” da Posatora o Tavernelle con un mezzo pubblico deve poter tornare con taxi collettivi o mezzi più piccoli e agili del bus in orari serali.
I taxi li sposterei in Largo Sacramento di fronte all’ingresso della chiesa.
Via i paletti, l’orrenda pensilina e lo spartitraffico, distribuirei su Piazza Kennedy supporti tecnologici in grado di agevolare la fruizione dei trasporti.
Piazza del Teatro finalmente sgombra dalle auto, con una ZTL ben regolata che non penalizzi i residenti, ma che escluda tutte le rendite di posizione e piccoli privilegi incrostati nell’arco di decenni, diventerebbe, con il vicino piccolo Piazzale della Dogana, il luogo ideale per lo sharing di bici elettriche e altri mezzi, comprese piccole auto.
Le più belle chiese con notevoli opere d’arte, la Pinacoteca, il Museo Archeologico, il Duomo, il Lazzaretto con le sue proposte culturali, il Museo Omero: tutti monumenti vicini e facilmente raggiungibili dalla Piazza, che non a caso ospita il Teatro delle Muse.
Servizi, proposte culturali, target turistici calibrati per una città che sa affascinare per la sua peculiarità, insieme ad una rinnovata vitalità commerciale: elementi necessari per uno sviluppo che fa di Piazza del Teatro il perno imprescindibile.
L’interazione tra commercio, mobilità sostenibile, spazio pubblico e cultura crea una innovativa offerta, che non va soltanto a colmare una domanda, ma che è in grado di stimolarne e crearne una nuova.
L’urbanistica è determinante per le attività produttive e commerciali, le città italiane sono un unicum nel panorama mondiale.
Troppi stereotipi negativi hanno accompagnato il commercio e la bottega, che per mia esperienza significano creatività, scambio, fantasia, civiltà, naturale controllo del territorio e presidio di legalità.
Il mio fantasticare è forse sottilmente provocatorio. Sull’onda dei ricordi evocati da una vecchia stampa, ho sognato persone vestite con abiti di oggi. E mi è parso possibile, come il formarsi di tanti quadrati attorno a un sasso lanciato nello stagno.


Cura dell’ambiente: un dovere per tutti, ma per Ancona anche una straordinaria opportunità

Sviluppo e sostenibilità non sono temi in contrasto, anzi dalla capacità di farli coesistere passa il futuro dell’Europa. La consapevolezza delle persone e il coinvolgimento delle comunità negli inevitabili processi di cambiamento in atto sono la base da cui partire. Ne scrive per A Agnese Riccardi, giovane biologa Marina e guida subacquea anconetana

Sembra proprio che la corrente abbia iniziato a scorrere veloce facendo il giro del mondo, chissà chi sarà pronto a tuffarsi. Di cosa parlo? Della certezza, globalmente condivisa, che la conservazione e la cura dell’ambiente non sono un limite ma un’opportunità, delle meraviglie di Ancona e delle occasioni che la attendono.

Il Green Deal europeo apre la strada affinché l'Europa diventi il ​​primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, mirando ad una società più equa, più pulita e (per l’appunto) più green. L'UE, in questo senso, ha stabilito 5 Missioni che “mirano ad affrontare le grandi sfide in materia di salute, clima e ambiente e a conseguire obiettivi ambiziosi e stimolanti in questi ambiti”.

Non me ne vogliate, tutte le Missioni UE hanno lo stesso peso di importanza, ma io sono una persona semplice: mangio, bevo, dormo, rido e senza mare non vivo – e sono certa che molti anconetani possano capirmi, sentendo ancora molto forte il legame con il mare che circonda la città. Dedico al mare il mio lavoro e il mio tempo libero (sono una biologa marina e guida subacquea) e non posso quindi che porre l’accento sulla componente blu del nostro Pianeta e, in questo contesto, sulla Missione UE "Salvare Oceani e Acque": conoscere, ripristinare e proteggere i nostri oceani e le nostre acque sarà fondamentale per raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo e per contribuire all'attuazione dei 17 obiettivi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e della Decade delle Scienze del Mare, consentendo agli europei di dare forma a un'economia prospera futura.

La conoscenza è inevitabilmente il primo dei gradini da scalare. Abbiamo necessità di creare una società "alfabetizzata” riguardo gli oceani (c.d. Ocean Literacy), al fine di poterne comprendere il valore per il nostro stesso benessere. Oggi la scienza ha conoscenze sufficienti per suggerire ai decisori politici la strada da seguire, ma comunicare queste conoscenze al grande pubblico richiede un linguaggio e dei canali di comunicazione adeguati, fondamentali per lo sviluppo di strategie condivise. Le emergenze che la società percepisce nei confronti dell’ambiente marino dovrebbero spingere verso la ricerca di soluzioni concrete. Uno dei principali ostacoli è che spesso la percezione dei problemi è solo parziale: noi comprendiamo meglio quello che vediamo e tocchiamo con mano. Facciamo un esempio concreto: la plastica che si accumula ormai ovunque riduce il valore estetico di un paesaggio, è un pericolo spesso letale per numerose forme di vita e si sta rivelando un problema sempre più concreto anche per la salute dell’uomo. Questo è un problema che percepiamo tutti sempre più chiaramente, a Palombina, al Conero così come alle Maldive. Questa consapevolezza ha portato i decisori politici a intraprendere azioni concrete come lo stop all’impiego di plastica monouso. All’opposto, molto più difficile è creare consapevolezza sui cambiamenti climatici: sono sicuramente molto discussi, ma i loro effetti, agli occhi del pubblico, rimangono ancora troppo poco concreti affinché si agisca con urgenza sfruttando gli strumenti a disposizione.

Per quel che ci riguarda, la base di questo processo culturale può essere l’investimento di risorse in una divulgazione scientifica ad hoc rivolta alla comunità anconetana. Molti altri aspetti possono (e devono) però essere presi in considerazione per attuare strategie di coinvolgimento della cittadinanza che mirino ad incrementare le consapevolezze riguardo all’ambiente marino, ma al tempo stesso siano perfettamente coincidenti con obiettivi di sviluppo sostenibile ed opportunità reali di crescita imprenditoriale ed economica. Solo così possiamo pensare di rendere Ancona una città competitiva a livello europeo.

La citazione “Think global, act local” (pensa globale, agisci locale), attribuita all’urbanista scozzese Patrick Geddes, esprime un concetto talmente importante per l’umanità al punto da essere ripreso, analizzato e riproposto da diversi altri scienziati nel mondo negli anni a seguire. Dobbiamo riorientare globalmente le nostre economie e la nostra società verso obiettivi a lungo termine, ma cambiando localmente il nostro rapporto con la natura – ritrovando anche quella connessione antica che i popoli costieri avevano con il mare.

E in questo senso ci sarebbero per Ancona, e soprattutto per le sue nuove generazioni, infinite possibilità.

Ancona, città di mare e città di porto. Il suo popolo è connesso al mare storicamente, culturalmente e, consentitemi, anche in ambito culinario. Col tempo questa connessione si è inevitabilmente diluita e oggi risulta fondamentale ricordare, riacquisire, le conoscenze perdute e ristabilire quella relazione che si riesce ad assaporare ancora tramite preziosi racconti di nonni e conoscenti.

Negli ultimi tempi, i cittadini anconetani hanno espresso il crescente desiderio di poter condurre “vite diverse”, godendo dei benefici derivanti da una natura in salute. Ce lo dicono le numerose iniziative di clean-up costiero (pulizia delle spiagge) organizzate sempre più spesso da gruppi di cittadini e da associazioni locali; le discussioni sorte attorno al PUMS (Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile), nell’ambito delle quali si è richiesta a gran voce la progettazione di una viabilità (anche, ma non solo, vie ciclabili) che abbia l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone; le sollecitazioni per la riqualifica e la messa in sicurezza di vari sentieri nel Parco del Conero; il ripreso (e acceso) dibattito riguardo l’istituzione dell’Area Marina Protetta; la possibilità di, e le istanze per, un centro storico “più pedonale” (oltre che più vivo).

Ce lo dicono anche i dati sul turismo costiero Mediterraneo, che risulta in forte aumento con stime che prevedono un andamento destinato a crescere esponenzialmente nel prossimo futuro, e in particolare la Riviera del Conero, che è stata negli ultimi anni una delle mete più gettonate di turisti nazionali e internazionali, grazie al connubio perfetto tra natura, storia e cucina. Questo settore ha un pesante impatto sul PIL nazionale e sull’economia locale. Non possiamo e non dobbiamo rinunciarci, ma abbiamo anche il dovere di proteggere il nostro patrimonio ambientale terrestre e marino e di trovare la giusta strada da percorrere verso uno sviluppo sostenibile, per le presenti e le future generazioni. Le due istanze, a differenza di quanto spesso si è portati a pensare, non devono per forza confliggere, anzi.

Come fare?

In questa città, con un tale patrimonio culturale e biologico marino, il passaggio dal turismo convenzionale a quello sostenibile non sembra solo possibile, ma sembra la scelta migliore, forse obbligata. Ultimamente, è sempre più forte una nuova tendenza, nata e sviluppatasi di pari passo con la crescita della “sensibilità ambientale” e del bisogno di contatto con un ambiente sano – che la società ha riscoperto anche e soprattutto durante la pandemia Covid. Parliamo di Eco-turismo, un turismo nuovo, spesso orientato verso Aree Naturali Protette, che mi piace definire “di qualità”. Un tipo di turismo che pone l’attenzione non più soltanto sui prodotti e le attrazioni turistiche, ma sulle emozioni che l’ospite può provare durante il soggiorno. Gli eco-turisti cercano esperienze, viaggi significativi, benessere, fornitori di servizi turistici che operino in modo etico, responsabile, e in connessione con la comunità locale.

Trovo che la città di Ancona, con il suo territorio, sia un gioiello da scoprire con moltissimo potenziale e che abbia tutte le carte in regola per offrire questa nuova tipologia di turismo, che vuole conoscere, imparare e rispettare la città, la natura e le tradizioni locali. L’ecoturismo è sicuramente una delle chiavi, già colta e sviluppata in altri luoghi del mondo in modo più che soddisfacente, per conciliare il bisogno di uno Sviluppo Sostenibile con il turismo costiero in crescita, l’imprenditoria e la ripresa economica. Accogliere e valorizzare questo nuovo modello dovrebbe garantire che l'impatto del turismo sulla natura possa essere ridotto al minimo, le culture locali possano essere rispettate ed i benefici economici possano essere distribuiti tra le comunità locali.

Esistono strumenti, linee guida e network europei che supportano le comunità durante il processo, stimolando il confronto e la crescita. In questo, la presenza dell’Università Politecnica delle Marche in città, una delle Università più rinomate in Italia, può essere di grande aiuto. Penso, ad esempio, ad alcuni progetti già attivi in loco che prevedono il coinvolgimento della cittadinanza in progetti di ricerca: non c’è dubbio che la diffusione della “Scienza del Cittadino” (c.d. Citizen Science) sia uno degli strumenti più efficaci nell’iniziare a favorire un turismo più sostenibile. Recenti studi mostrano come i turisti coinvolti in attività di Citizen Science acquisiscano una maggiore consapevolezza e sensibilità rispetto ai temi ambientali e una forte motivazione verso comportamenti e scelte sostenibili, oltre ad incrementare economia e sviluppo del settore turistico-ecosostenibile. Ma penso anche ad una “nuova” tipologia di imprenditoria – o, forse meglio, un nuovo approccio imprenditoriale – che ha già messo piede praticamente in tutti i continenti del pianeta, con una doppia faccia, sociale e ambientale: l’imprenditoria dei “changemaker”, che unisce alla ricerca dell’utile in senso economico, anche una vocazione a creare un cambiamento che ha come fine ultimo il benessere della collettività. È questo un ulteriore argomento che merita di essere approfondito, poiché credo che la città di Ancona sia sede di interessanti idee, giovani e fresche, e della voglia di sprigionarle e realizzarle aspirando ad un grande impatto positivo per la cittadinanza.

Vedo un futuro, non troppo lontano, in cui la percezione della cittadinanza anconetana su determinati temi ambientali di importanza cruciale, e quindi le sue necessità, non vengano più trascurate o date per scontate. Vedo scienziati e politici collaborare realmente per il raggiungimento di questi comuni obiettivi. E, soprattutto, sono convinta che questa visione non sia solo mia.


Foto: Francesca Tilio


Disagio minorile: più politiche sociali, meno drammi sui giornali

Sul tema del disagio minorile, che in questi ultimi tempi sta tenendo banco nella nostra città, accogliamo l'intervento di Andrea Nobili, avvocato, esperto di diritto di famiglia, Presidente della Camera minorile della provincia di Ancona ed ex garante regionale dei diritti dell'infanzia.

Negli ultimi tempi il tema della delinquenza giovanile attira enorme attenzione da parte dei media e, anche per questo, desta forte preoccupazione. La percezione diffusa è quella di una situazione che si avvicina pericolosamente ad una vera e propria emergenza sociale.
Il clima nelle Marche e ad Ancona è davvero quello narrato dalla stampa locale? Non si può nascondere che, purtroppo, un’escalation esiste. A confermarlo sono i servizi sociali che vedono crescere giorno dopo giorno il numero di ragazzi in carico e la mole di lavoro che è chiamata a svolgere la magistratura minorile, cui vanno riconosciuti meriti significativi. Perché quello minorile è uno dei pochi settori della giustizia in cui, nonostante la non adeguatezza dei mezzi, si cerca di applicare il dettato costituzionale del recupero del reo che, quando si tratta di giovanissimi, assume un valore ulteriore. Ciò attraverso istituti quali la messa alla prova, che sono diventati un modello positivo anche per gli adulti: è chiaro però che poter essere davvero efficaci necessitano di un’adeguata operatività.

Però, al tempo stesso, va denunciata una drammatizzazione eccessiva del tema, basti pensare all’enfasi sulla presenza massiccia di gruppi criminali nella nostra città. Si descrive una realtà in cui minorenni a rischio rappresentano una minaccia per la convivenza civile. Il tutto appesantito dall’abuso e dall’utilizzo inappropriato di termini quali bulli, baby-gang, carcere.
Ciò accade anche perché negli ultimi anni è cambiato radicalmente il clima nella pubblica opinione verso il disagio minorile, in particolare verso quello che sfocia nella trasgressione delle leggi. Con la politica che troppe volte preferisce semplificazioni securitarie a più complesse valutazioni sociali sulle cause che determinano le situazioni di devianza. E’ più facile applicare dispositivi di videosorveglianza e invocare interventi repressivi, piuttosto che elaborare progetti di politica sociale all’altezza della complessità dei tempi che stiamo vivendo.

La causa più frequente che spinge i ragazzi a commettere reati è legata alla fragilità del contesto familiare e sociale di appartenenza, ovvero a status di povertà materiale e culturale, che possono condurre all’emarginazione. E’ un dato di fatto che coloro che vivono in aree periferiche svantaggiate o appartengono a minoranze etniche incorrono in rischi maggiori.
E l’emergenza sanitaria, con le conseguenti imposizioni di disarticolazione sociale, ha prodotto un’inquietante accelerazione del disagio relazionale e psicologico di tanti giovani.

Gli adolescenti tendono ad accompagnarsi a coetanei con caratteristiche simili: può capitare che l’esigenza di sentirsi parte di un gruppo, induca l’adolescente a vivere in aggregazioni i cui componenti sono accomunati dal desiderio di essere rispettati dalla società, di trasgredire e di sentirsi invincibili. Tutto è più difficile, poi, quando gli appartenenti sono soggetti problematici, provenienti da contesti e situazioni sociali disagiati.

Una riflessione specifica va sviluppata sul versante delle politiche dell’integrazione dei giovani di origine straniera, che rappresentano una quota non del tutto banale del fenomeno di cui stiamo parlando. Il pericolo è che anche dalla nostri parti accada ciò che si sta verificando in città di maggiori dimensioni, con l’emergere di contesti devianti strutturati sulla base dell’appartenenza etnica.

Così come va sottolineato che se si è drasticamente abbassato il livello di percezione dell’illecito nei giovani, ciò è anche in conseguenza dei modelli aggressivi forniti dagli adulti, ripresi continuamente da film, serie televisive e canzonette varie. Con un’ulteriore distorsione provocata dal metaverso della rete, laddove reale e virtuale si sovrappongono e le conseguenze delle azioni si fanno sempre più sfuggenti.

Per provare a prevenire, arginare e combattere il dilagare ulteriore del fenomeno sono necessari progetti straordinari e misure adeguate, che supportino il ruolo delle famiglie e della scuola, il primo vero contesto in cui i ragazzi iniziano a costruire relazioni sociali. Vanno rafforzate le reti di sostegno sociale, potenziando le attività di psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali, ricordandosi che l’intervento degli operatori di pubblica sicurezza e della magistratura penale andrebbe prevenuto, intervenendo convintamente sul versante sociale.
Occorre muoversi in controtendenza rispetto a quanto è accaduto nel tempo, tornando a credere e a investire in politiche sociali che forniscano opportunità di inclusione anche per i giovani più difficili.
La sfida non è semplice. Ma ci sono i punti cardinali che orientano una comunità che vuole davvero ritrovare se stessa e continuare ad affermare i valori della convivenza.

 


Foto: Dhruv via Unsplash